“avevamo l’inesperienza necessaria per andarcene”, dicevi, e ce ne siamo andati tutti e due, e soprattutto tu.
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….perché sei diventata più fragile, mentre correvi di qua e di là a caccia d’amore. Sei diventata più fragile e nemmeno te ne sei accorta. Così fragile da pensare che è meglio una vita così, grigia e triste e con la luce accesa la sera, quando rientri a casa, piuttosto che il solito volo in mezzo alle emozioni che ti lascia stremata e bisognosa di cure, senza nessuno che te le dia, le cure di cui hai bisogno. Con tutti che ne approfittano perché di solito ti presenti come una che sa cavarsela da sé; e nessuno che si accorge che anche basta, non hai più voglia di cavartela da te.

La solitudine sono i mille compromessi a cui cedi tra te e te quando giustifichi le mancanze altrui, e ti trovi a battere i piedi come una bambina perché vuoi amore, cazzo, amore e attenzioni e nessuno che capisca quanto, porca puttana quanto, e già mentre fai capricci ti sgridi per niente bonariamente in nome della donna che vuoi essere e non sei.

La solitudine è non esistere, come oggi, e sapere con certezza che non se ne accorge nessuno.

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Mezzo per fuggire non v’è; non v’è speranza; tutto è silenzio.

Il lamento di Arianna (carme 64) - Catullo

Asleep.

Oggi questo giorno non finisce mai.

Allora inizio a scriverti, con ore senza fine di anticipo.

Cominciare prima non farà male.

Perché so che alla fine non mi basteranno le parole, come di solito non mi bastano i respiri.

Oggi mi sento più distante del solito.

Oggi dovrei correrti addosso, buttare a terra i chilometri di romanzi che ci allontanano e stritolarti forte e darti mille baci, poi cento, poi altri mille.

E poi confondere le molte migliaia.

Oggi dovrei essere lì a urlare sotto la tua finestra, per portarti al mare e darti il mio regalo, dove non ci vede nessuno.

E oggi siamo ai poli opposti dell’universo.

E allora ti scrivo.

Ti mando una canzone senza parole, cercale tu, tra le righe.

La melodia te la mando io con il vento, poi te la soffierà lui, leggero, all’orecchio.

Oggi è il tuo giorno.

E meriti tutta la gioia del mondo, delle stelle, della luna.

Oggi meriti di innamorarti.

Di sorridere fino a sentire male alle labbra.

Oggi la città è tutta tua.

E il cielo. Le nuvole.

E non smetterò mai di dirti che sei tra le cose più belle di questo mondo, tra la più preziose, tra le più delicate.

E non mi basteranno millecinquecento giorni per dirti quanto bene mi fai, con ogni tua canzone, con ogni parola registrata sottovoce.

E un giorno ti verrò a prendere e ti porterò via. 

E il tempo non finirà mai. La pioggia ci bagnerà le spalle.

Il sole tramonterà sui tuoi denti.

E tutto sarà l’infinito in un goccia di oceano.

Sulla spiaggia, quando le schiuma bagnerà la nostra pelle consumata.

E quel giorno durerà una vita.

Nel frattempo io scrivo per te, tu canti per me. 

E tutti gli auguri del mondo non ti ripagheranno mai abbastanza.

Questa lettera la scrivo perché te l’avevo promesso.

O semplicemente perché ne avevo bisogno.

O perché spiegarlo sarebbe troppo difficile.

Allora è meglio rimanere in silenzio.

Portami dove ti porta il mare.
Sottovoce.

e ti dirò ancora una volta che non sto bene.

chè mi bruciano ancora gli occhi

come le mie ferite autoinflitte

come i miei polmoni putrefatti

per il tuo fumo passivo

per il tuo cuore inattivo

per il tuo amore a carattere recidivo

Dietro un muro di cartone.

Ilenia ha paura.
Fugge, le manca il respiro.
Si ferma, tremante.
Chiude gli occhi, immagina che davanti a lei si apra il mare.

Per respingerti in mare.

Eravamo finiti in vortice di “se tu fossi stata qui, sarebbe stato diverso”,

un vortice che tendeva a non finire mai, per inerzia trascinava con sé tutto quello che trovava sulla sua strada.

E tutti quei condizionali ce li scagliavamo addosso su pagine di taccuini stracciati, melodie di canzoni che ancora non conoscevamo a memoria, su autostrade impraticabili.

Ci sedevamo, arrivata la sera, e ci dedicavamo versi estemporanei che potessero parlare al posto nostro.

Poi anche quelli si consumavano e tutto tornava silenzio.

E tutto tornava un ininterrotto “ma qui non ci sei mai.”

Poi quel giorno ti coprirò gli occhi, soffierò piano al tuo orecchio. E quel giorno sarai, finalmente, per sempre libera.